All’ospedale di Dnipro, tra i volontari ucraini feriti: “Torneremo al fronte”

PASOVKA – In una scossa di adrenalina , lo “spezialist artillerist” Yuri Yarema ha pensato “sono vivo”. Avrebbe potuto perdere le gambe, ma “si può anche vivere senza”, così ha pensato in quell’attimo. Poi, bisogna vedere come andrà l’intervento di lunedì prossimo, nel reparto di chirurgia plastica di uno degli ospedali di Dnipro, che non si può nominare perché “i russi amano cercare i nostri soldati feriti, con le loro bombe”. E passando nel corridoio della Rianimazione, si intravvedono altri militari, quasi tutti artiglieri, tutti più o meno ustionati, bendati alla meglio perché questo è un ospedale civile povero, costruito durante l’Unione Sovietica, cemento armato e soffitti bassi, no aria condizionata, no comfort. Chirurgia d’eccellenza, camere operatorie moderne, il resto non importa, e chi ha i parenti si fa portare le lenzuola pulite, perché qui sono finite.

Evacuati dai fronti est e sud, dopo il passaggio negli ospedali da campo subito dietro le linee, con i medici impegnati per lo più in amputazioni, spiega il dottor Max, “perché lì con ferite di questo tipo non c’è molto da aspettare. Ma se riescono a portarli qui, c’è la speranza di salvare braccia e gambe”. Arriva una soldatessa – giovane, i lunghi capelli raccolti in una coda – con una mano ustionata aperta come un artiglio, con l’altra sta chiamando la mamma al telefono.

Eppure, nonostante il dolore, lo shock, e il ricordo fresco dei compagni morti accanto, questi soldati non hanno cambiato idea: “Mi sono arruolato il 2 marzo, pensavo di aiutare l’Ucraina. Oggi penso che posso ancora aiutarla, quando mi dimetteranno”, dice Yuri, uno che non ci si immagina in divisa, dato l’aspetto da ragioniere. Infatti era impiegato al Comune di Ivano Frankivsk, ai Servizi sociali, e catapultato sul fronte a Lysychansk, “siamo stati una settimana in un bosco sulla strada che porta a Severodonetsk. Ci hanno bombardato di continuo, non potevamo alzare la testa. Poi ci hanno colpito, era il 20 luglio. Ho visto le gambe coperte di sangue, ho messo il laccio emostatico su una, un mio amico mi ha dato il suo”, poi è arrivato un infermiere che l’ha preso su, giusto il tempo di vedere un compagno morto, sulla sua destra.

Arriva il pranzo. Un secchio smaltato pieno di borscht, le polpette, le patate. I piatti sono tutti diversi, qualcuno con i fiorellini, sono piatti di casa. La cuoca offre un assaggio, su tutto vigila l’infermiera Tamara, impettita come un generale. Andreyi Krasnov, artigliere originario di Mykolaiv, ustionato dalla testa ai piedi, ma in piedi perché non sopporta di stare a letto, quindi stringe i denti e si trascina nel corridoio. “Ferito in Donbass. Eravamo in dodici, nella nostra batteria nella steppa, e abbiamo finito le nostre munizioni da 52 millimetri. Stavamo raccogliendo tutto per spostarci quando è arrivato il colpo. Siamo vivi in due”. Ha voglia di raccontare, “forse questo non si dovrebbe dire, però i russi vogliono proprio colpire i civili, perché dopo aver colpito noi hanno cominciato a battere qualche chilometro alle nostre spalle, dove c’erano le case”.

Vorrebbe tornare al fronte, infatti non vuole aspettare i trapianti di pelle e stacca le bende, “vedi, sta già guarendo, posso tornare in prima linea”. Il professor Sergyi Sliesarenko, esperto di chirurgia plastica: “E’ come fare un restauro. Prima lavorano gli ortopedici, poi noi, sulla pelle. Le ferite più comuni? Shrapnel, le schegge… E le ustioni, naturalmente”. In una cameretta, Viktor, soldato semplice di fanteria, ferito il 28 luglio nella regione di Kherson, sulla gamba sinistra c’è già il segno di dove taglieranno.

“Non ero nei richiamabili perché ho 4 figli. Però ho voluto arruolarmi, perché i russi ucraini sono tutti scappati all’estero, e restiamo noi, operai, muratori come sono io, contadini, gente normale, a difendere la terra”. La moglie è preoccupata, e solo la figlia più grande sa che il padre è in ospedale, “i tre piccoli no, al telefono faccio finta che va tutto bene”. Ferito mentre “liberavamo un paese vicino a Mykolaiv, lì ci hanno colpito”. E’ un fanatico? No, “è che una volta presa una strada, non si torna indietro”. Ne valeva la pena? Evidentemente sì, addosso ha una maglietta con la scritta “Slava Ukraini”, appoggiate al letto un paio di stampelle anni Cinquanta. Nuove, di legno.


Fonte: All'ospedale di Dnipro, tra i volontari ucraini feriti: "Torneremo al fronte"

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